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Sono ioBenvenuto nel mio sito personale! In queste pagine ho dato vita ad un piccolo mondo popolato di pensieri, scritti e semplici contributi che voglio destinare alla comunità globale. Qualora dovessi riportare qualcosa di inesatto o parziale, sono disponibile ad un confronto, ma sia chiaro che si tratta semplicemente dell'opinione dell'ultimo arrivato sul web.

Buona lettura!

Il disco di esordio, l'inizio di tutto. E come ogni buon inizio, non può non essere avvolto nella leggenda. Si narra che alla Wrong Again Records piacque molto il demo dei ragazzi di Göteborg, che dichiararono di avere già pronto un disco. In realtà, pare che quel disco non esistesse affatto e che, quindi, fu scritto interamente in una giornata per non perdere l'occasione che si stava profilando. Quel disco era Lunar strain.

Al di là del fascino della leggenda, il disco è un qualcosa di veramente portentoso, forse non eccessivamente maturo, ma di grande impatto. Uscendo dagli schemi del death metal classico, aveva saputo miscelare melodia, elementi folk/viking alle scariche di potenza del death/black metal, tantoche, personalmente, faccio fatica a credere che fosse frutto del lavoro di un solo giorno.

Il song-writing è interamente in mano ai due fondatori, Jesper Strömblad e Glenn Ljungström, pertanto si intuisce che le chitarre hanno un ruolo significativo nell'architettura dei 10 brani. Il libretto ha una grafica molto semplice: completamente stampato su carta lucida nera, riporta in copertina un'immagine lunare dai toni cupi, decisamente in linea con i temi del disco, e, nelle pagine interne, alcune foto in bianco e nero dei membri del gruppo in atteggiamento da duri intervallano i testi dei brani.

Il disco si apre con un pezzo decisamente importante: Behind space, un vero cavallo di battaglia del gruppo, che crea immediatamente l'atmosfera gelida del più autentico death metal scandinavo, infarcita di sfumature folk e taglienti riff di chitarra che, insieme ad una sezione ritmica decisamente incalzante, ne fanno un pezzo di grande impatto. Un outro acustico dai toni folk/viking chiude degnamente il brano. Clad in shadows prosegue sullo stesso canovaccio: ritmiche taglienti e gelide ed un gran gioco di cambi di ritmo che contribuiscono a creare un atmosfera davvero malefica che ha forti assonanze con il repertorio black metal scandinavo. Segue la title track: Lunar strain è ancora un imponente costruzione ritmica, intrinsecamente death metal. Qui melodia e cattiveria si fondono egregiamente in un susseguirsi di cambi di ritmo, riff e potenti ritmiche. La traccia successiva, Starforsaken, mostra i muscoli: qui la sezione ritmica si fa ancora più cattiva ed incalzante e ne scaturisce un muro di suono a tratti brutale: dopo un'introduzione di violino, il brano esplode immediatamente in una ritmica dai toni indiscutibilmente black su cui troneggia l'imponente growl di Mikael Stanne. Nelle parti strumentali assistiamo al massiccio muro di suono targato In Flames: chitarre accordate in Re, batteria incalzante ed un suono di basso onnipotente. Con Dreamscape si spezza per un momento il clima oscuro della prima parte del disco: un brano interamente strumentale, dalla ritmica tuttavia molto sostenuta, riprende le sonorità delle ballate popolari scandinave. Arriviamo quindi ad una chicca: Everlost, parte 1 e parte 2, crea un'atmosfera gothic/doom di grande effetto. La prima parte è dominata da due riff con variazioni in scala melodica suonati a canone. Il ritmo è lento e pesante, tipico dei brani doom metal, e la voce di Mikael è da pelle d'oca. Il brano si chiude su una seconda parte interamente acustica cantata da una voce soprano femminile. Un grande lavoro! Segue poi Hårgålaten, un brano folk svedese strumentale interamente eseguito con violini e violoncello. Il finale non può che essere con i fuochi d'artificio. Con In Flames, che a mio avviso è il brano che incarna la vera essenza degli In Flames delle origini, il tono ritorna quello dei primi brani del disco: death metal pervaso da atmosfere viking/folk incredibilmente arrabbiato, con sporadiche variazioni di ritmo che accompagnano un assolo un po' rockettaro davvero bello. Il disco si chiude con Upon an oaken throne, un brano suonato tutto d'un fiato che, per 2 minuti e 49 secondi, ci riversa addosso una scarica di metallo scandinavo. Brano, quest'ultimo, molto interessante ma che, a mio giudizio, collocato per ultimo e, soprattutto, dopo In Flames, perde un po' di efficacia.

Un disco che, a mio parere, nonostante alcuni aspetti non proprio maturi, è un classico nella storia del death metal, un piccolo monumento metallico che merita assolutamente di essere ascoltato. Certo, oggi le soluzioni stilistiche adottate dal quintetto di Göteborg potrebbero suonare un po' antiquate, echi di un epoca ormai fuori moda. Non è neanche un disco da ascoltare in sottofondo, mentre si fa altro: è un disco che contiene molta creatività e numerose buone idee, da assaporare e di cui gustare ogni singolo passaggio.

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