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Sono ioBenvenuto nel mio sito personale! In queste pagine ho dato vita ad un piccolo mondo popolato di pensieri, scritti e semplici contributi che voglio destinare alla comunità globale. Qualora dovessi riportare qualcosa di inesatto o parziale, sono disponibile ad un confronto, ma sia chiaro che si tratta semplicemente dell'opinione dell'ultimo arrivato sul web.

Buona lettura!

Ecco a voi l'album dello scisma! Reroute to remain è stato etichettato in diversi modi: la pietra dello scandalo da alcuni, la rivelazione da altri. Fatto sta che, con questo nuovo disco, gli In Flames danno un taglio deciso con il passato, il più evidente ed eclatante di tutta la loro storia. A partire da questo disco iniziarono le più aspre controvèrsie tra i fans: sui forum e su internet ci fu chi gridò al tradimento e chi, invece, si avvicinò alla musica degli In Flames grazie proprio a questo nuovo lavoro. Ma perché i ragazzi di Göteborg avrebbero deciso di provocare uno scisma di tali proporzioni? Perché mettere da parte quanto costruito in quasi 10 anni di carriera e rischiare di perdere una consistente fetta dei sostenitori dei primi tempi? Dopo una serie di dischi che avevano monopolizzato la scena heavy/death europea, la band aveva raggiunto l'apice della sua popolarità, ma, per dirla in termini ciclistici, una volta giunti in testa, è necessario continuare a pedalare più veloce degli altri...

Al di fuori dei confini europei c'erano altri mercati da conquistare, primo tra tutti quello americano, dominato dall'alternative metal. Il nuovo disco, infatti, apre maggiormente alle sonorità alternative ed industrial, che spopolavano in quegli anni, pur conservando una tendenza alla melodia ad al sound accattivante. Il mercato europeo iniziava a saturarsi di gruppi scandinavi e lo swedish-metal rischiava di perdere il suo appeal. Ecco che, dopo l'estate del 2002, uscì questo nuovo lavoro degli In Flames. Lo ascoltai per la prima volta in auto, insieme ad un vecchio amico che ne era letteralmente entusiata. A me fece un'impressione diversa, ma accolsi con interesse il desiderio di rinnovarsi e sapersi reinventare: "la musica va avanti" - disse il mio amico - "e bisogna anche starci dietro". Oggi penso che il mio amico avesse ragione: troppa musica, soprattutto oggi, è venduta sotto forma di operazione nostalgia, uno sguardo al passato per paura di non saper affrontare il futuro. Certo, però, che Dead eternity rimane pur sempre un gran bel pezzo...

La prima traccia del disco, Reroute to remain, è la title track, ma anche una dichiarazione di intenti ed il nuovo sound lo spiega chiaramente. Atmosfere più moderne, dal retrogusto industrial, elaborazioni elettroniche più spinte ed un growl di Fridén più aspro e sofferto riflettono il profondo significato del titolo del brano (e del disco): "reroute", cioè un cambio di rotta. Gà dal primo brano ci rendiamo conto che le parti soliste rivestono un ruolo marginale nella produzione, in cui la fa da padrone l'imponente sezione ritmica, secondo i dettami del nu-metal e del metal underground. Bisogna riconoscerlo, scrivere brani nu-metal di qualità non è semplice: si rischia troppo facilmente di cadere nella ripetitività. Gli In Flames, a modo loro, ci hanno provato, regalandoci un disco, nel suo genere, godibile. Dopo la title track seguono System e Drifter, due brani veloci, carichi di rabbia e blast beat quanto serve ma, purtroppo, a mio parere senza troppa personalità. Segue Trigger, il vero e proprio inno degli entusiasti della svolta: molta melodia e suoni violenti ne fanno un brano che, ai concerti, rende veramente bene, invitando i fans a pogare per poi fermarsi e cantare ad una sola voce il ritornello. Quinta traccia, Cloud connected, altro brano destinato ad insinuarsi, con il suo ossessivo riff di chitarra, nella testa degli ascoltatori: nella sua semplicità, un brano riuscito. Fin qui, il disco, tiene un discreto ritmo, ragalando anche alcune emozioni, ma dalla traccia numero 6 in poi tende un po' a calare. Seguono brani che, per la maggior parte ed in modo piuttosto ripetitivo, riprendono clichè già visti, perdendo un po' l'appeal  dei primi brani: velocità, suoni graffianti e tanta presenza ritmica... I fans del cesello, a cui gli In Flames ci avevano abituati, devono rassegnarsi. A mio parere, le sorprese sono in Dawn of a new day, Free fall e Metaphor. Dawn of a new day e Metaphor sono brani dal sapore delle ballate folk, in cui spariscono chitarre distorte, rullate di batteria e growl, per lasciare spazio a tastiere, violino ed una voce pulita. Una svisata che non guasta ma che, tuttavia, non è in grado di conquistare profondamente il cuore dell'ascoltatore. In questi brani, Fridén rivela di avere una bella voce, molto ricca di sfumature. Free fall, dal mio punto di vista, è un brano interessante e suggestivo, dalle sonorità industrial che colpisce per potenza di suono ed atmosfera. Tastiere ed effetti elettronici completano molto bene questo brano che, per un motivo che non so spiegare, risveglia in me il ricordo di Only for the weak.

Tutto sommato, ritengo che sperimentare sia un sacrosanto diritto di ogni musicista: denota capacità di innovarsi e voglia di mettersi alla prova su terreni nuovi. Ascoltando questo disco (ma, in generale, credo valga per qualsiasi disco), bisogna mettere da parte ogni preconcetto ed ogni aspettativa: ciò che contiene è semplicemente il nu-metal secondo gli In Flames. Bisogna, in un certo senso, sforzarsi di pensare che, se gli In Flames fossero nati come gruppo nu-metal, lo avrebbero suonato così. Certo, però, che Dead eternity rimane pur sempre un gran bel pezzo...

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