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Sono ioBenvenuto nel mio sito personale! In queste pagine ho dato vita ad un piccolo mondo popolato di pensieri, scritti e semplici contributi che voglio destinare alla comunità globale. Qualora dovessi riportare qualcosa di inesatto o parziale, sono disponibile ad un confronto, ma sia chiaro che si tratta semplicemente dell'opinione dell'ultimo arrivato sul web.

Buona lettura!

Chi avesse mai pensato che la band avesse finalmente trovato la sua forma stabile, dovette ricredersi: altro disco, altri cambiamenti in vista. A distanza di 2 anni da Whoracle, esce Colony, un disco destinato a creare le prime deboli divisioni tra i fans. Questioni di lana caprina, intendiamoci, ma, tuttavia, questioni che gettano le basi di un cambiamento radicale riguardo al quale gli appassionati del "vecchio stile" e del "nuovo stile" ancora oggi si scannano. Colony è, a mio parere, l'elemento di separazione tra il "vecchio" ed il "nuovo", anche se, come ho già chiarito in precedenza, a mio parere non si può parlare di "vecchio" e "nuovo", ma di una continua evoluzione. Vediamo ora nel dettaglio i contenuti di questo pomo della discordia...

ColonyEnnesimo rimpasto, con l'allora batterista Björn Gelotte che passa alla chitarra, sostituendo Ljungström, mentre al basso subentra Peter Iwers dei Chameleon. Il posto vacante alla batteria è riempito dal giovanissimo Daniel Svensson, dei Sacrilege. La nuova formazione promette sorprese: e le promesse sono tutte mantenute.

Gli In Flames sono cresciuti moltissimo e questo disco è decisamente più completo ed equilibrato: la coppia Strömblad/Gelotte dimostra di funzionare alla grande e la sezione ritmica (basso e batteria) si ritaglia uno spazio importante nella costruzione musicale che, precedentemente, sembrava essere monopolio delle chitarre. La voce di di Fridén si fa più graffiante e, spaziando maggiormente tra growl e scream, si fa più ricca di interessanti sfumature. Le scelte stilistiche continuano a prediligere sonorità accattivanti e melodie trascinanti, con vaghe influenze nu-metal. I testi si fanno più introspettivi, infarciti di un certo pessimismo di fine millennio.

Colony è un disco estremamente potente nelle sonorità e, nonostante ciò, scorre molto più fluido dei precedenti lavori. Abbandonando quasi del tutto il mid-tempo ed il 3/4 delle ballate scandinave in favore di ritmi più veloci, il risultato è una costruzione musicale meno cupa che, nonostante i suoni siano più duri rispetto al passato, prende decisamente le distanze dal death classico, lento e pesante.

Il primo brano è Embody the invisible, la perfetta sintesi delle intenzioni del nuovo disco: melodia trascinante, a cui gli In Flames ci hanno ormai abituati, ben miscelata con ritmiche di chitarra dure e veloci, su cui basso e batteria, finalmente, si fanno sentire con prepotenza. Ancora potenza con Ordinary story, che apre maggiormente alle influenze alternative/nu-metal, con la voce di Fridén che, accompagnata dalle sole tastiere, si fa a tratti pulita. La traccia successiva, Scorn, fa esplodere tutta la potenza della nuova formazione, che, con il pieno suporto di Iwers e Svensson, si dimostra capace di erigere un vero muro di suono. Un brano davvero duro e cattivo. Con la traccia successiva, la title track, Colony, la band sembra voler rivisitare le proprie radici: un brano di grande atmosfera, teatrale quanto basta per far scendere una lacrimuccia ai fan dei primi tempi. Ma la band guarda avanti, ed il disco prosegue con Zombie Inc., il brano più travolgente del disco. Da segnalare, un assolo di chitarra davvero suggestivo. Un breve intermezzo acustico con Pallar anders visa e poi si prosegue con Coerced coexistence, il brano più d'avanguardia del disco, che apre decisamente al sound del nuovo millennio alle porte. Resin, il brano successivo, sembra voler reinventare lo stile vecchia scuola, coniugandolo egregiamente con le nuove scelte stilistiche: il risultato è un brano di grande effetto, potente e arrabbiato, capace di riscuotere l'approvazione anche dei fan più ortodossi. La traccia successiva è un remake di un brano dei primi tempi, tratto da Lunar strain. Si tratta di Behind space, ben reinterpretato ma decurtato dell'outro acustico (ma perché?, n.d.r.). Ancora un brano veloce e potente, anche se non memorabile, Insipid 2000, in cui Fridén lavora molto di voce, sfumando in modo eccellente tra il growl ed il pulito. Sulla falsariga prosegue The new word, brano dalla melodia trascinante ma, personalmente, non sufficientemente incisivo da meritare una particolare menzione. Il disco, nella versione standard, si chiude qui: da segnalare un'edizione deluxe che contiene, oltre ad una selezione di materiale di irrilevante utilità (wallpapers, temi per winamp e video), una notevole bonus track strumentale, Man made god, dai suoni duri ed estremamente powereggianti.

Nel complesso, il disco è capace di soddisfare i palati più affamati di metal duro ma orecchiabile, senza sofismi. I fan più ortodossi, come il sottoscritto, non possono non prendere atto, con una leggera amarezza, del fatto che gli In Flames non sono più una band death metal propriamente detta e, soprattutto, del fatto che la svolta commerciale è ormai del tutto compiuta: più volte, nel corso del disco, si assiste al salto di tonalità sui ritornelli, cioè quando il ritornello è eseguito più volte consecutivamente e, a partire da una delle volte successive alla prima, la tonalità si alza di un tono. Una trovata che, personalmente, ritengo molto "commercial pop"... Ad ogni modo, Colony è un disco molto importante, molto ben accolto dalla critica mondiale, che ha consolidato parecchio la posizione degli In Flames nel panorama metal internazionale.

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